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Foto di Marco corrdi

Ottone III

 

 

L'imperatore OTTONE II, sceso in Italia e morto a Roma il 7 dicembre del 983; all'età di soli 28 anni

Così giovane, lasciava una triste eredità al piccolo OTTONE III, che, prima ancora di essere incoronato a Natale ad Aquisgrana (come aveva predisposto il padre mentre si trovava alla dieta di Verona nel giugno dello stesso anno) in quel triste 7 dicembre, si trovò già dinasticamente come successore sul trono.

Ma avendo tre anni, la reggenza causò qualche lite, losche trame, e l'insofferenza reciproca di due donne, nonna e madre: una franca, l'altra bizantina entrambe ex imperatrici, con due caratteri molto diversi.

Fu insomma per il piccolo un'eredità molto difficile con tanti guasti in Germania, e di conseguenza pure in Italia, e la sua vita fu ancora più breve del padre, morì a 22 anni, e come il padre, in Italia, anche lui attratto dal fascino di Roma, centro luminoso di quello che era stato il sogno di tutta la loro vita, punto d'incontro di tutte le chimere maliarde di fantasia esaltata.

Anche Corrado III si spense insieme con il suo sogno imperiale (addirittura Costantiniano).

E anche lui moriva, mentre in Germania, duchi, vescovi e conti, gli si erano apertamente levati contro, perché sdegnati dalla politica ottoniana, che contrastava con le aspirazioni nazionali tedesche e tendeva a resuscitare un mondo morto per sempre.

In Italia Ottone III, non andò meglio, né vivo e neppure morto.

 La sua scorta che riportava la salma ad Aquisgrana, dovette sovente con le armi in mano aprirsi un varco nell'attraversare i territori, con la popolazione italiana in rivolta.

Eppure questo giovanissimo sovrano stava quasi realizzando un grande sogno, quello della restaurazione dell'Impero Romano, anche se dobbiamo sostenere che il contrasto fra l'ideale e il reale era immenso; non era possibile rinnovare le antiche istituzioni nella società feudale di allora.

A Ottone mancava il senso della realtà.

Ne parleremo più avanti, anche perché accanto a lui ci sarà un altro protagonista: della Chiesa uno dei più grandi.

Le basi di questo disegno le realizzò invece lui, ovviamente dandogli tutto un altro indirizzo; per alcuni secoli mai più modificato. Governò la Chiesa pochissimo, solo quattro anni, a cavallo dell'anno 1000, ma gli diede una svolta per i successivi 1000 anni.

Ma dobbiamo partire dall'inizio; da questo 983,

quando per il piccolo Ottone III il destino ha già deciso

cosa riservargli: una fanciullezza tormentata, a 11 anni

la perdita anche della madre, e fargli vivere appena

qualche primavera della sua gioventù.

OTTONE II era morto a Roma febbricitante, con il

desiderio insoddisfatto di vendicare la sconfitta di

Stilo e di conquistare i temi bizantini dell'Italia

meridionale, ritornati interamente in mano dei Greci

dopo la ritirata dell'imperatore e dell'esercito saraceno.

 Lasciava una triste eredità al piccolo figlio nel mezzogiorno della penisola ed una situazione che si andrà a poco a poco modificando ai danni dell'impero germanico.

 La Puglia e la Calabria, veramente, potranno essere province di non difficile conquista per l'erede di Ottone II o meglio dei suoi reggenti, perché se l'ellenismo vi si diffonde per opera dei monaci basiliani e, con la creazione del catepanato in sostituzione dei due strateghi, si cerca di consolidare il governo civile e militare, esse sono dal governo centrale di Costantinopoli lasciate senza truppe, in balìa della rapacità dei funzionari e alla mercé dei Saraceni di Sicilia, i quali riprendono le incursioni nella penisola e nel 986 saccheggiano Gerace, nel 988 Cosenza e il contado di Bari, nel 991 Taranto, nel 994 espugnano e incendiano Matera, nel 1002 si spingono fino a Benevento, Napoli e Capua e nel 1003 assediano Montescaglioso.

Ma la debolezza dell'Italia bizantina non potrà favorire un'eventuale impresa tedesca, al buon esito della quale sarà sempre necessario l'appoggio degli Stati longobardi, perché questi, tornando a frazionarsi (ed è questa la cosa più grave) vedono diminuire la loro forza e si affievolisce con loro l'autorità germanica.

Nel 983, infatti, (mentre moriva Ottone II) MONSONE d'Amalfi è scacciato da Salerno che cade nelle mani di un longobardo di Spoleto, di nome GIOVANNI, e a Capua, morta più tardi ALOARA ed assassinato LANDENOLFO, cesserà l'impero germanico di esercitar la sua influenza.

Il piccolo OTTONE III appena incoronato ad Aquisgrana nel Natale del 983, fu affidato alla tutela di ENRICO di Baviera, cugino del defunto imperatore, che per essersi ribellato, come abbiamo letto nella precedente puntata, aveva perso il ducato ed era stato confinato ad Utrecht, sotto la sorveglianza del vescovo di questa città.

Con l'incarico di tutore ENRICO però non rimase a lungo, perché,

indomabile com'era, aspirando alla corona ed essendosi alleato per

ottenerla a Lotario di Francia e agli Slavi, suscitò contro di sé lo sdegno

 dei grandi, laici ed ecclesiastici, i quali lo costrinsero a cedere la tutela

del piccolo sovrano alla nonna ADELAIDE e alla madre

TEOFANO, facendogli riottenere in compenso il suo antico ducato di

Baviera.

Le due imperatrici, che alla morte di Corrado II, si trovavano allora

in Italia, andarono in Germania e assieme a MATILDE, che era abbadessa

di Quedlinburg, il 29 giugno del 984, in un'assemblea tenuta a Rara

ricevettero in custodia Ottone III e la cura del regno.

 L'anno dopo però l'ex imperatrice Adelaide si ritirò a Pavia,

e non si occupò più delle cose del regno e del nipotino; questo distacco totale forse deve attribuirsi ai dissidi sorti tra le dueimperatrici dal carattere molto diverso.

 Sulle cause di questi dissidi scarsissime purtroppo sono le notizie e discordi i pareri degli storici; solo sappiamo con sicurezza che dal 985 in poi soltanto TEOFANO esercitò il governo, coadiuvata da WILLIGISO, arcivescovo di Magonza, e da ILDIBALDO, arcivescovo di Worms.

 Sebbene straniera (ricordiamo era bizantina) seppe fare gl'interessi dello stato, usando grande energia e nel medesimo tempo rarissima abilità. Assicurò la frontiera dell'Elba minacciata dagli Slavi, costrinse BOLESLAO, duca di Boemia, a sottomettersi; morto nel 986 il re di Francia, LOTARIO si riappacificò con il successore LUDOVICO V e quando, cessato di vivere quest'ultimo, scoppiò il conflitto fra il nuovo re di Francia UGO CAPETO e Carlo, fratello di Lotario, Teofano prestò più volte la sua opera di mediatrice allo scopo di assicurare alla Germania il possesso della Lorena.

La tranquillità del regno italico permise all'imperatrice di dedicare tutta la sua attività alla Germania. In Italia difatti la casa di Sassonia aveva non pochi fedeli, tra cui primeggiava UGO di Toscana, ed era sorretta dai vescovi del settentrione, che dagli imperatori tedeschi avevano ottenuto numerosi privilegi. A Roma però le cose avevano preso un indirizzo diverso da quello che aveva dato Ottone II.

Partita Teofano dall'Italia, il partito antitedesco aveva rialzato il capo, risoluto a giovarsi della minorità di Ottone e delle condizioni in cui si trovava l'impero per liberare la città e il Papato dalla dipendenza germanica.

BONIFACIO VII, che per dieci anni era vissuto a Costantinopoli tenendo sempre lo sguardo sulle cose romane, era tornato improvvisamente a Roma e aveva fatto chiudere dentro Castel S. Angelo papa GIOVANNI XIV (che morì -forse ucciso- dopo quattro mesi (20 agosto del 984) usurpandogli il soglio.

BONIFACIO VII non aveva pontificato però a lungo dopo la morte del suo avversario né aveva fatto morte migliore di lui: fu ucciso dai suoi stessi partigiani e il suo cadavere, trascinato per le vie della città, fu stato gettato davanti la statua di Marco Aurelio e solo il giorno dopo ricevette sepoltura per l'opera pietosa di alcuni preti (luglio 985).

 Fallito un tentativo dei sostenitori dell'impero di prendere nelle mani il potere papale, era stato elevato in agosto al trono pontificio GIOVANNI XV (Giovanni di Gallina Alba); il governo civile era stato assunto da Crescenzio, figlio di quel Crescenzio da noi già ricordato, il quale aveva preso il titolo di "Patricius Romanorum".

 Preoccupata dagli avvenimenti romani e decisa a ristabilire nella città eterna l'autorità imperiale, forse chiamata dal Pontefice o come è meglio credere, dai veri reggenti dell'impero che non erano pochi, TEOFANO nel 989 scese in Italia e andò a Roma, dove la troviamo nel Natale di quell'anno.

Bastò la sua presenza per risollevare le sorti del partito, il che ci fa pensare che la fazione nazionale non avesse né forza né risolutezza. Crescenzio, che non era uomo da tener testa agli imperiali, fece atto di sottomissione a Teofano, e questa, con atto di prudente politica - per non averlo contro- gli confermò il titolo di patrizio.

TEOFANO rimase qualche tempo a Roma, poi andò a Ravenna e di là, nell'estate del 990, fece ritorno in Germania.

Era intenta a preparare una spedizione contro i Vendi ribelli quando, il 15 giugno del 991, cessò di vivere a Nimega, lasciando Ottone III di undici anni.

 Tuttavia otto anni di saggio e forte governo avevano già resa salda la posizione del figlio; così salda che la debolezza di Adelaide, richiamata e successa nella tutela a Teofano, non la scosse affatto. Scossa, invece, fu l'autorità imperiale a Roma dove, dopo la partenza di Teofano, il potere civile ritornò nelle mani di CRESCENZIO.

 A papa GIOVANNI XV non rimase che il potere spirituale, ma questo già minato dalla condotta dei pontefici precedenti e dalla politica papale di asservimento all'impero germanico, aveva perso molto della autorità di una volta, in modo particolare nella Francia, il cui episcopato era contrario alla riforma cluniacense e rimproverava al Papato la sua politica devota e servile alla corte tedesca.

Il tanto nemmeno celato malumore dell'episcopato francese contro la S.

Sede divenne lotta aperta e violenta nel 991, il 17 giugno, subito il giorno dopo la morte di TEOFANO.

 Era già cessato di vivere nel gennaio del 989 il vescovo di Rheims ADALBERONE e gli era successo un figlio bastardo di re Lotario, di nome ARNOLFO, il quale, pur avendo giurato fedeltà e sottomissione ad UGO CAPETO, aveva consegnato la città a CARLO di LORENA.

 UGO CAPETO si era rivolto al Pontefice chiedendogli che punisse il traditore, ma siccome questi era in buoni rapporti con l'imperatrice Teofano, GIOVANNI XV si era rifiutato d'intervenire.

Nel 991 avuto nelle sue mani il vescovo, il Capeto, invece di far giudicare la condotta del traditore al Pontefice, lo fece processare da un concilio di vescovi francesi, che si tenne a Saint-Basle di Vergy il 17 e il 18 giugno di quell'anno.

Quest'assemblea è rimasta famosa per il discorso pronunciato dal vescovo di Orléans che - scrive il Romano: "costituisce uno dei più terribili atti di accusa che sono mai stati fatti contro i papi e la Chiesa di Roma, rappresentata, non già come maestra alle genti cristiane, ed esempio di dignità e di rettitudine, come ai tempi di Gelasio e di Gregorio Magno, ma come sede d'ignoranza e luogo di scandali e di vizi".

 Il concilio ovviamente per prima cosa depose ARNOLFO ed elesse vescovo di Rheims GERBERTO di AURILLAC uomo dottissimo, che da Adalberone era stato chiamato a dirigere la celebre scuola cattedrale di questa città e che fra non molto vedremo salire sul soglio pontificio.

Le deliberazioni dell'assemblea di Saint-Basle di Vergy erano una sfida evidente dei Franchi all'impero e al papato.

Giovanni XV invocò l'appoggio di Adelaide, ma la scarsa autorità dell'imperatrice, la cui attenzione d'altro canto era rivolta alle frequenti ribellioni degli Slavi, non poteva essergli di gran giovamento. Allora il Papa trovò in se stesso la forza di reagire all'atteggiamento dell'episcopato francese e convocò vari concili in Francia e in Lorena, in cui, respingendo le accuse che dal vescovo di Orléans erano state mosse al Papato, e rivendicando il primato della S. Sede, dichiarava illegale la deposizione di Arnolfo.

Però gli sforzi di GIOVANNI XV riuscirono a fare poco.

L'autorità del Papato era allora strettamente legata alle sorti dell'impero, e potrà essere rialzata soltanto quando a dirigere la politica imperiale non ci sarà più una donna, e quando sul soglio di S. Pietro siederà un Pontefice dotato di quell'energia che faceva difetto a Giovanni XV.

Questo imperatore e questo Papa saranno OTTONE III e GREGORIO V.

OTTONE III IMPERATORE - GREGORIO V E L'ANTIPAPA GIOVANNI XVI

OTTONE III, uscì dalla minorità nel 995, quindi a 15 anni.

Tedesco e insieme greco di sangue, il giovanissimo re aveva avuto un'educazione prevalentemente greca dalla madre e dal calabrese GIOVANNI FILIGATO da Rossano, il suo primo maestro, colto com'era lo aveva erudito nei fasti dell'Impero Romano e ovviamente quello Carolingio (di Filigato sentiremo ancora parlare più avanti) Con la mente piena delle visioni del remoto passato, il quale nel presente non aveva che echi debolissimi, Corrado entrava nella scena politica di un mondo che era completamente diverso da quello che, attraverso la parola della madre e del suo maestro, aveva imparato a conoscere e ad amare; vi entrava in un'età in cui non ancora formati erano la sua coscienza e il suo carattere, in cui l'anima sua e la sua mente erano ancora suscettibili di nuove impressioni.

Grandi disegni si agitavano nella mente del regale giovinetto: egli si credeva destinato non solo a tradurre in atto la politica del padre e dell'avo, ma a ripristinare il grande impero romano e ardeva del desiderio di ricevere sul capo la corona imperiale.

A Roma lo attirava, oltre che questo desiderio, il Pontefice smanioso di liberarsi da Crescenzio, e le condizioni dell'Italia meridionale, dove l'influenza tedesca aveva perso molto terreno.

Il giovane non aspettò dunque molto per scendere nella penisola e, poco più che sedicenne, raccolto nel febbraio del 996 a Ratisbona un forte esercito, seguito da undici vescovi e da parecchi principi, per la via della Brennero passò le Alpi.

A Verona giunsero ad ossequiarlo alcuni ambasciatori veneziani.

Era doge di Venezia PIETRO ORSEOLO II, successo nel 991 a Tribuno Menio.

Uomo di larghe vedute ed animato da grande patriottismo, appena salito al potere aveva fatto cessare le discordie civili che da qualche tempo dilaniavano la repubblica ed allo scopo di accrescere la potenza commerciale di Venezia si era messo in rapporti con gli stati d'Europa e dall'Asia mandando ambasciatori in Germania, a Costantinopoli, al Cairo, a Damasco e ad Aleppo, per stringere relazioni commerciali e stipulare trattati, fra i quali sono degni d'essere ricordati quelli che si conclusero nel 992 con l'impero d'Oriente e con Ottone III.

Con il primo erano ripristinati gli antichi diritti goduti dai Veneziani nelle terre dell'impero bizantino: le navi della repubblica pronte a partire non potevano esser trattenute nei porti più di tre giorni, e i Veneziani residenti a Costantinopoli erano soggetti alla giurisdizione del "logoteta del dromo" che decideva le controversie, riscuoteva le tasse ed aveva il controllo delle navi.

 Dal canto suo Venezia si obbligava a non estender troppo il suo traffico con i Musulmani e a fornire navi per trasportar truppe in Italia e in ogni caso per la difesa dell'impero.

Con il secondo, il trattato di Ottone III, confermava quello stipulato nel 983 con Ottone II cui erano aggiunti in favore dei Veneziani alcuni privilegi, fra i quali notevoli il diritto di esser soggetti, in qualsiasi parte dell'impero si trovassero, alla giurisdizione del doge e la restituzione delle terre possedute dai Veneziani nella terraferma che erano cadute in potere dei vescovi di Ceneda, Treviso o Belluno.

I rapporti tra Venezia e l'impero germanico, grazie all'opera illuminata di Pietro Orseolo, erano diventati così eccellenti che a Verona, nel 996, Ottone III assistette alla cresima del figlio del doge cui fu messo in omaggio al sovrano, il nome di Ottone, e più tardi, trovandosi a Ravenna, concesse con un diploma (1 maggio 996) al doge facoltà di aprire un porto e stabilire mercati sul Sile, sul Piave e a S. Michele del Quarto.

 Durante il passaggio dell'esercito imperiale per Verona ci furono tra cittadini e i soldati imperiali delle insofferenze sfociati in sanguinosi scontri, dove non pochi tedeschi furono uccisi.

Ottone avrebbe potuto agevolmente vendicarsi sui Veronesi, ma la prudenza lo consigliò di non inasprire la popolazione.

Da Verona proseguì il suo cammino per Pavia dove arrivò nell'aprile.

 Quivi celebrò la Pasqua, ricevette i grandi del regno venuti ad ossequiarlo ed ebbe la notizia della morte di Giovanni XV avvenuta pochi giorni prima e del prossimo arrivo di una deputazione romana.

 Ottone III le andò incontro a Ravenna.

Erano i rappresentanti della nobiltà di Roma che andavano a chiedergli la designazione del nuovo Pontefice.

OTTONE III, consigliato dai suoi grandi, indicò suo cugino BRUNO (Brunone), figlio del duca di Carinzia, che contava poco più di vent'anni, e in compagnia di WILLIGISO di Magonza e di ILDEBALDO di Worms il giovane candidato papa scese a Roma.

Brunone fu consacrato Pontefice il 3 maggio di quell'anno 996 col nome di GREGORIO V; mentre il 21 dello stesso mese, nella basilica di S. Pietro, a sua volta il sedicenne re di Germania fu incoronato imperatore, patrizio ed avvocato della Chiesa, dal poco più che ventenne cugino.

 Per la prima volta Papa ed imperatore, erano di nazionalità tedesca.

In due messi insieme non avevano che 38 anni! Ma coraggio e energia non mancavano, e la risolutezza del cugino abbondava e si farà presto sentire a Roma e a grande distanza.

Terminate le feste dell'incoronazione, Ottone III riunì a S. Pietro un'assemblea di grandi (25 maggio) per prendere provvedimenti allo scopo di assicurare la tranquillità nella città, dare a questa un regolare governo e giudicare tutti coloro che avevano commesso atti contro papa Giovanni XV. Crescenzio e i suoi principali sostenitori furono dall'assemblea condannati all'esilio perpetuo, ma, dietro intercessione di GREGORIO V (giovane ma accorto) che temeva futuri disordini, furono perdonati.

Ma non per questo cambiarono idee e intenzioni.

A Roma OTTONE forse incontrò il Franco GERBERTO D'AURILLAC, vescovo di Rheims, venuto per conciliarsi, senza però riuscirvi, il favore del nuovo Pontefice; più inequivocabile fu invece l'incontro con il monaco boemo ADALBERTO, arcivescovo di Praga, famoso per la dura disciplina che si era imposto, perché accompagnato da lui nell'agosto del 996, Ottone fece ritorno in Germania.

Nell'aprile del 997 Adalberto, recatosi in Prussia con pochi seguaci per convertire quelle popolazioni, nel corso del suo difficile santo apostolato ci lasciò la vita.

 Partendo da Roma nel 996, OTTONE III credeva di lasciar tranquilla la città ed aveva ferma fiducia nell'opera del Papa suo cugino. E veramente GREGORIO V era uomo che alla fermezza del carattere, univa una grande coltura, ed aveva perciò non pochi di quei requisiti che i vescovi francesi desideravano in un Pontefice e che si richiedevano per tenere a freno i Romani.

 Il contegno di GREGORIO V tenuto con Gerberto di Aurillac ci conferma che cosa pensò dell'episcopato francese e che cosa avesse in animo di fare.

Non tardò molto nell'affrontare coraggiosamente la questione che invano Giovanni XV aveva tentato di risolvere.

Infatti, negò l'approvazione alle deliberazioni del concilio di Saint-Basle, mandò il pallio al vescovo ARNOLFO deposto e dichiarò un intruso GERBERTO.

Quest'atteggiamento risoluto del Pontefice sarà mantenuto in un concilio convocato a Pavia sulla fine del 997.

I vescovi francesi, seguendo la politica di ROBERTO, successo ad UGO CAPETO nell'ottobre del 996, non intervennero a Pavia, ma il Papa li sospenderà dal loro ufficio, li citerà a comparire innanzi a lui insieme con il re di Francia e li minaccerà di scomunica se non obbediranno.

Questi atti energici ottennero il loro effetto e i vescovi francesi si sottometteranno e faranno la penitenza imposta; GERBERTO, privo del suo protettore Ugo Capeto, recatosi in Germania se ne procurerà un altro nella persona di OTTONE III.

Se questi fatti mostrano che Gregorio V era il pontefice che ci voleva per tenere a freno l'episcopato riottoso di Francia e imporre la volontà della S. Sede, i fatti che accaddero a Roma dimostrano invece quanto Ottone s'ingannava credendo pacificata la città.

La calma che vi aveva lasciato era soltanto apparente.

I Romani erano malcontenti della nazionalità del Pontefice e di coloro che aveva chiamati ad amministrare la giustizia.

 Di questo malcontento approfittò CRESCENZIO, il quale, esortati i Romani alla ribellione, costrinse Gregorio V alla fuga.

Recatosi a Pavia, nel concilio tenuto in questa città, il Pontefice fece scomunicare Crescenzio come "invasore e predatore della Sede Apostolica" e, poiché temeva che il ribelle gli contrapponesse un antipapa, con accorto tempismo, fece stabilire che nessun ecclesiastico, pena la deposizione, doveva avere rapporti con l'Intruso.Ma l'ecclesiastico disobbediente ci fu in ogni caso; e quello che Gregorio si aspettava, si verificò di lì a poco. Nella primavera del 997 si trovava a Roma, reduce da Costantinopoli, il calabrese GIOVANNI FILAGATO, quello stesso che era stato il primo maestro di Ottone III e che dall'imperatrice Teofano aveva ottenuto prima l'abbazia di Nonantola, poi il vescovado di Piacenza, il quale era stato sottratto alla giurisdizione ravvennate ed eretto in arcivescovado. GIOVANNI FILAGATO pochi mesi prima era stato inviato a Costantinopoli con il vescovo di VURZBURG per chiedere in nome di Ottone la mano di una principessa bizantina ed aveva così ben condotti i negoziati che, tornando a Roma, era stato accompagnato da ambasciatori bizantini incaricati di concludere le trattative.

Di trattative ne fece pure altre, con l'"invasore e predatore" Crescenzo, e si ritrovò eletto papa, dopo la cacciata di Gregorio V.

Certi storici hanno pensato che GIOVANNI FILAGATO aspirasse al pontificato fin dalla morte di Giovanni XV e che, deluso dall'elezione di Brunone, tramasse a Costantinopoli contro suo ex allievo imperatore, promettendo a quello di Bisanzio di ridurre Roma alle dipendenze della corte bizantina.

È questa una supposizione che non trova alcun fondamento nelle fonti e nessun precedente nei progetti politici imperiali germanici di Adelaide e Teofano prima e di Ottone III poi.

 L'ingratitudine del Filagato deve pertanto attribuirsi solo alla sua ambizione e quindi vanno ridimensionate quelle politiche.

Il prelato accettando la proposta di Crescenzio che gli aveva promesso il pontificato, non intendeva schierarsi contro Ottone, ma sperava che una volta eletto di costringerlo a riconoscere la sua elezione avvenuta a furor di popolo (guidata dal Crescenzo).

Il Filagato prese il nome di GIOVANNI XVI.

Se è vero quanto noi abbiamo supposto, ben presto l'antipapa si convinse che dall'imperatore non c'era nulla da sperare.

Ottone III aveva ricevuto sollecitazione d'aiuto dal cugino Gregorio V di scendere nella penisola, ma trattenuto da una guerra contro gli Slavi, ritardò la partenza.

 Si mosse soltanto verso la fine del 997, dopo aver lasciato il governo della Germania alla zia Matilde di Quedlinburg.

Lo accompagnava, questa volta, fra gli altri, GERBERTO DI AURILLAC, che -lasciata la Francia e avvicinatosi al tedesco, nel suo soggiorno in Germania, aveva saputo accendere l'animo di Ottone III incitandolo a restaurare l'impero romano.

 Indubbiamente fu lui -uomo di vastissima cultura- a parlargli del "Grande Costantino"; come riconoscenza ottenne pure l'arcivescovado di Ravenna, ma restava d'ora in poi in "nuovo maestro" dell'imperatore, e lui un "protetto" del medesimo.

Da Pavia l'imperatore si recò con l'esule Gregorio V a Ravenna e nel febbraio del 998, alla testa di numerose truppe, comparve sotto le mura di Roma.

Crescenzio, che non era in grado di impedire l'ingresso ad Ottone nella città, si chiuse con un gruppo di suoi partigiani a Castel S. Angelo, cosicché l'imperatore entrò a Roma senza trovare nessun ostacolo.

Ma vi trovò l'antipapa, il suo ex maestro, questi era fuggito e si era nascosto in un Castello della Campania, inutilmente.

Scoperto da un gruppo di milizie tedesche fu condotto a Roma in uno stato pietoso: gli avevano mozzato le orecchie, il naso, la lingua e cavato gli occhi.

Contro GIOVANNI FILAGATO l'usurpatore del trono pontificio si convocò in Laterano un concilio di vescovi e l'infelice non trovò a Roma nessuno disposto a difenderlo, sebbene i tormenti che gli avevano inflitto fossero oggetto di sentita compassione.

In favore del misero Giovanni solo un uomo, conterraneo dell'antipapa, si levò a sua difesa e questi fu il monaco calabrese S. NILO, venerato per la sua santa vita e per la grande umiltà.

NILO era un nobile, nato a Rossano intorno al 903.

Ammalatosi in età di trent'anni, aveva lasciato i suoi beni e il grado di decurione bizantino e si era ritirato nel convento di S. Nazario, segnalandosi per la sua assiduità nello studio, per le sue volontarie sofferenze e per la carità; salito in fama di santità, era ricercato per i suoi saggi consigli da vescovi, arcivescovi, dai governatori di Calabria e dalla corte bizantina.

Nel 998, che doveva essere l'ultimo della sua vita, S. Nilo era vecchio di oltre novant'anni, aveva fondato non pochi monasteri; sparsa nell'Italia meridionale la regola basiliana, sostenitore, come S. Benedetto, per i monaci vita di contemplazione e di preghiera non disgiunta dal lavoro dei campi e dallo studio; aveva riscattato prigionieri, alleviato miserie, difeso gli oppressi contro gli abusi dei funzionari bizantini e si era perfino guadagnata la stima dell'emiro siciliano Abn 'l-Kàsim che l'aveva invitato alla sua corte di Palermo.

Saputi i tormenti cui il suo conterraneo era stato sottoposto e venuto a conoscenza del concilio indetto per giudicarlo, il Santo uomo si mosse dal suo monastero di Serperi presso Gaeta e andò a Roma per salvare l'infelice antipapa.

Ma la sua intercessione non giovò.

 Presso l'imperatore più che la nobile parola del Santo, che implorava la misericordia, ottenne il trionfo l'odio e il desiderio di vendetta di Gregorio V. Giovanni XVI (GIOVANNI FILAGATO) fu deposto dal concilio, spogliato delle insegne pontificali, messo sopra una giumenta e spinto per le vie di Roma fra gl'insulti del popolaccio; fu poi seppellito in un carcere, e ci rimase 15 anni, fino al 1013, quando cessò di vivere.

Poi venne il turno di Crescenzio.

Questi dopo una strenua difesa, il 29 aprile del 998, si arrese a Riccardo di Misnia.

Assieme a dodici compagni (forse i capitani rionali), Ottone prima li fece decapitare sui merli di Castel S. Angelo, poi come monito alla cittadinanza, fece appendere i loro corpi su delle forche innalzate a Monte Mario.I Romani, che nulla avevano fatto per difendere Crescenzio, solo dopo la morte lo piansero come una vittima della dominazione straniera e sulla sua tomba posero una lapide con l'elogio del defunto.

IL SOGNO IMPERIALE DI OTTONE III

SILVESTRO II - GERBERTO DI AURILLAC

OTTONE III

con i moniti degli impiccati, credeva ancora una volta di aver pacificata la città e di avervi affermata la sua autorità. L'esecuzione di Crescenzio lo persuase che, tolto di mezzo il caporione, aveva debellato completamente il partito nazionale. Con questa convinzione, nell'estate del 998, lasciò Roma e si recò in Toscana, poi nel settembre, giunse a Pavia. Qui, il 20 di quel mese, convocò un'assemblea di grandi del regno, che si radunò nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro. In questa assemblea fu proibito ai vescovi e agli abati di alienare i beni delle loro chiese e dei monasteri e furono annullate tutte le concessioni già fatte a titolo livellario o enfiteutico di detti beni. Da Pavia nel novembre dello stesso anno 998, Ottone III era di nuovo a Roma, dove convocò pure qui un altro concilio; furono presi alcuni provvedimenti relativi alla Chiesa di Francia e fu pubblicato un decreto relativo al secondo matrimonio del re di Francia ROBERTO.

Roberto che era figlio e successore di UGO CAPETO, aveva sposato in prime nozze Rozala Susanna, figlia di Berengario II e vedova del conte di Fiandra Arnolfo.

 Ripudiatala dal re nel 922, aveva nel 996 sposata BERTA di BORGOGNA, sua cugina, vedova di Oddone di Chartres.

Essendo il matrimonio stato celebrato contro il divieto delle leggi canoniche, il concilio di Roma ordinava al re di separarsi dalla seconda moglie.

Questo concilio precedette di due o tre mesi la morte di GREGORIO V, avvenuta il 18 febbraio del 999.

Poco tempo prima OTTONE III partiva da Roma per l'Italia meridionale.

 Non era il suo un viaggio politico o militare, ma un pellegrinaggio.

Il misticismo dell'età in cui viveva, i colloqui con il monaco ADALBERTO che lo aveva accompagnato nel suo ultimo ritorno in Germania ed era poi andato a morire in Prussia per il trionfo del Cristianesimo, la dimestichezza con GERBERTO DI AURILLAC che forse tante volte gli aveva parlato della corruzione del Papato, lo scempio fatto del corpo di Giovanni XVI e le parole sferzanti dell'inutile difesa di S. NILO in cui dovevano esserci aspri rimproveri ed oscure minacce, queste e molte altre cose insieme come, ad esempio, il continuo affluire di pellegrini a Roma e ai santuari celebrati del mezzogiorno, le sacre cerimonie cui aveva assistito nella capitale della cristianità, la propaganda intensa della riforma claustrale, l'esaltazione della sua mente attraverso la quale egli si vedeva, nuovo Costantino, lo avevano spinto a quel viaggio di penitenza. OTTONE III si recò prima a Montecassino, il celebre convento che rappresentava il faro più luminoso della cristianità e del sapere e che tanti ricordi conservava delle lotte contro gli infedeli, poi si recò nel lontano promontorio del Gargano, dove la pietà dei Longobardi aveva innalzato un santuario all'arcangelo S. Michele, soggiorno miracoloso di eremiti e meta continua di devoti pellegrinaggi.

In abito di penitente il giovane imperatore salì a piedi nudi il monte dove rimase più giorni in preghiera e in contemplazione; poi si recò a Benevento, dove invano chiese il corpo di S. Bartolomeo che voleva collocare nel tempio che in onore del Santo aveva in animo di costruire nell'Isola Tiberina e infine, passando da Gaeta, volle visitare il chiostro di Serperi e trattenersi qualche giorno con S. Nilo, punto dal rimorso forse di avergli rifiutata la grazia di Giovanni Filagato (ma non fece nulla per quest'ultimo che marcirà fino alla sua morte nel 1013).

 Nel marzo del 999 Ottone III fece ritorno a Roma e poiché vi era morto il 18 febbraio Papa GREGORIO V -dicono i biografi non proprio nel suo letto, ma per mano dei Romani - designò come nuovo Pontefice il suo ultimo "nuovo maestro", l'arcivescovo di Ravenna GERBERTO DI AURILLAC, che fu ordinato il 2 aprile e prese il nome di SILVESTRO II. "Quel nome equivaleva a un programma di politica papale.

 Come esso conteneva un'allusione alla donazione di Costantino, così ne racchiudeva un'altra assai lusinghiera per Ottone. Il quale vi compariva preconizzato nuovo Costantino, chiamato a rimetter la Chiesa a quel grado di dignità nella quale l'aveva innalzata il primo imperatore cristiano.

Lo spettacolo era nuovo ed attraente; aggiungiamo pure, che era stupefacente per quell'età ancora barbara.

Da un lato, si aveva un papa sapientissimo come non lo ebbe più la Chiesa romana; un papa straniero (ma cosmopolita, non disdegnò di entrare in contatto con il mondo arabo, assorbendo il grande patrimonio di scienza che avevano conservato e che possedevano) che aveva già manifestato il suo profondo disprezzo per la dissolutezza romana e sopratutto dell'alto clero, ma che aveva pure un sentimento altissimo della potenza del papato e della sua missione civilizzatrice nel mondo: e dall'altro, c'era un giovane imperatore che (forse aggirandosi fra i grandi gloriosi e solenni monumenti di Roma) rinnegava la sua origine sassone, perché era gente barbara, e si compiaceva che nelle sue vene scorresse sangue greco; e sotto l'influenza di questa idea sognava di ristabilire l'antico impero romano con Roma metropoli e con l'Italia unita.

Questa Italia, dopo quattro secoli e mezzo di divisione interna, aveva sentito per la prima volta dalla bocca di un imperatore proclamare la sua unità.

 L'editto di Pavia di Ottone III non parlava più di un regno dell'Italia longobarda, ma di un regno di tutta Italia". (Bertolini).

 L'idea della restaurazione dell'impero romano non era soltanto di OTTONE III, ma anche e soprattutto dell'ex GERBERTO DI AURILLAC, ora papa SILVESTRO II, che dopo la sua partenza dalla Francia spesso ne aveva parlato con lui e che a lui dedicava un libro in cui era scritto: "Nostro, nostro è il Romano Impero. Forze ci danno l'Italia feconda di messi, la Gallia e la Germania feconde di guerrieri, né ci mancano i regni fortissimi degli Sciti. Nostro sei, Cesare, augusto e imperatore dei Romani, che, nato dal nobilissimo sangue greco, superi i Greci in potenza, comandi per diritto ereditario sui Romani e superi gli uni e gli altri per ingegno ed eloquenza".

 

OTTONE s'illuse di poter fare rivivere l'impero romano; non comprendeva che era un assurdo voler conciliare gl'ideali del classicismo pagano con quelli del misticismo cristiano, che non era possibile rinnovare le antiche istituzioni nella società feudale di allora cui erano perfino ripugnanti quelle istituzioni nella forma e nello spirito.

 Mancava ad Ottone il senso della realtà e questa mancanza generò il contrasto tra l'ideale e il reale che fu la causa precipua del fallimento della politica ottoniana.

Infatuato del suo disegno, egli non volle tardare a tradurlo in pratica.

Cominciò dalle forme; e a queste dovettero fermarsi non essendo possibile mutare ciò che era stata l'opera inesorabile di tanti secoli, e di tante vicende storiche.

Egli assunse il pomposo titolo di "imperatore di tutti gli imperatori"; spostò il centro dell'impero dalla Germania verso l'Italia; della Roma medievale, maestosa, gloriosa, solenne, tuttavia misera ombra dell'antica metropoli, volle fare il "caput mundi" e sull'Aventino si fece costruire un palazzo; si circondò di funzionari che portavano i titoli di "comites, consules, magistri, protospatari, logo, theti"; egli stesso prese anche quello di console del Senato e del popolo di Roma, vestì abiti sfarzosi in cui erano raffigurate le costellazioni dello Zodiaco e, sedendo sul trono si coprì di un manto decorato che riproduceva le figurazioni dell'Apocalisse.

Non contento di tutto queste esteriorità e inconsapevole dei pericoli gravissimi cui andava incontro, volle romanizzare le cancellerie, in cui si trattavano gli affari della Germania e dell'Italia, e le fuse in una sola dando la preferenza al personale italiano e richiedendo nella direzione degli affari politici non più i consigli di Willigiso e Ildebaldo, ma quelli di Ugo di Toscana, Pietro di Como e Leone di Vercelli.

Queste riforme, non erano in grado di risuscitare l'antico impero romano, ma erano però tali da scontentare sia i Romani sia i Tedeschi.I primi mal sopportavano che nella loro città vivevano tanti Tedeschi ed erano malcontenti perché, contro la consuetudine, erano stati successivamente imposti due Pontefici stranieri; gli altri (ed era -da qualche tempo- impossibile non vederlo) vedevano malvolentieri questo spostamento del centro di gravità dell'impero della Germania all'Italia, il predominio dell'elemento italiano sui tedeschi negli affari, la fusione delle due cancellerie, l'abbandono degli usi nazionali e l'accentramento del governo nelle mani di un sovrano che era contrario allo spirito germanico.

Indubbiamente nel sangue di Ottone, scorreva quello della madre.

Né potevano i chimerici disegni e la politica imperialistica di Ottone nei riguardi del Papato lasciar soddisfatta la S. Sede. Ottone III, infatti, non solo voleva il Papato soggetto politicamente all'impero, ma anche, in un certo senso, spiritualmente.

Ne fanno fede i titoli assunti di "Servo di Cristo" e di "Servo degli Apostoli"; l'imposizione dei Papi stranieri contro il consolidato principio che il Pontefice dovesse essere scelto nel clero romano; il diritto arrogatosi di modificare in appello o di abrogare il giudizio papale; di presiedere i concili e di non ritenere valide le deliberazioni prese senza il suo consenso.

Ottone credeva di poter governare anche sulla Chiesa mettendo sul trono pontificio due sue creature.

Anche in questo s'ingannò.

Non trovò ligi ai suoi voleri -e forse neppure se n'accorse - né GREGORIO V prima, né, e soprattutto SILVESTRO II poi.

Quest'ultimo, abilissimo diplomatico com'era, da una parte faceva sognare e incoraggiava Ottone nel disegno di restaurare l'impero romano per rafforzare l'autorità della S. Sede sull'Europa cristiana e assicurare la tranquillità in Roma, dall'altro mostrava chiaramente di non volere rinunciare al potere supremo spirituale e alla potestà temporale e approfittava dell'incoerenza e inesperienza politica dell'imperatore per affermare i diritti di supremazia della Chiesa romana, estenderne i possessi territoriali e riformare i costumi del clero. SILVESTRO II infatti, riconobbe ARNOLFO arcivescovo di Rheims, mostrando di aver dimenticato, salendo al trono, la politica tenuta quand'era semplicemente Gerberto d'Aurillac; rivendicò ed ottenne dall'imperatore il possesso dei comitati di Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Fossombrone, Galli, Jesi ed Osimo, attese alla riforma ecclesiastica combattendo la simonia e il concubinato, estese l'autorità della S. Sede sulla Polonia e consacrò il principe STEFANO re d'Ungheria, come se questo nuovo stato dipendesse dalla Chiesa Romana.

A questo punto, la politica ottoniana, parto della fantasia esaltata di un sovrano giovanissimo ed inesperto, già mostrava i germi della dissoluzione nel momento stesso in cui l'imperatore era intento ad attuarla.

FALLIMENTO DELLA POLITICA DI OTTONE III

Sulla fine del dicembre del 999, dopo un'assenza di due anni, OTTONE III fece ritorno in Germania.

Qui il 7 febbraio di quell'anno era morta la zia Matilde, abbadessa di Quedlinburg e il 17 dicembre, reduce dalla Borgogna dove era andata a pacificare il re Rodolfo III suo nipote e alcuni grandi, aveva cessato di vivere, in un monastero di Seltz nell'Alsazia, la nonna che per anni le aveva fatto anche da madre, ADELAIDE.

 Queste morti reclamavano la presenza dell'imperatore in Germania, specie quella di Matilde cui egli aveva affidato la direzione degli affari durante le sue assenze.

Ma di là dalle Alpi Ottone non rimase che sei mesi e questo tempo più che agli affari del regno egli lo dedicò ad opere di pietà e a pellegrinaggi.

Si recò infatti, a visitare la tomba di S. Adalberto a Gnesen in Polonia, dove fondò un arcivescovado, e quella di Carlomagno ad Aquisgrana.

 Quest'ultima visita - secondo i cronisti contemporanei - fu causa della morte di Ottone, avvenuta due anni dopo e mandatagli in punizione dal Cielo per avere egli turbata la quiete dei sepolcri contro il divieto delle leggi cristiane.

Verso la fine del giugno dell'anno 1000 Ottone III ripassò le Alpi e rimase in Lombardia tutta l'estate e l'autunno seguente costretto da gravi agitazioni che richiedevano la sua presenza; poi al principio dell'inverno, con un numeroso seguito di grandi laici ed ecclesiastici e da numerose milizie tedesche, scese su Roma.

Qui poteva illudersi di essere il sovrano dell'antico impero romano in via di ricostituzione e invece Ottone era in una città che per quanto provava uno sconfinato amore, lui rimaneva straniero e la sua cecità non gli faceva vedere i segni, fin troppo palesi, del crollo del suo folle sogno.

Infatti, mentre nell'Italia settentrionale le agitazioni continuavano, nella meridionale la supremazia tedesca riceveva un gravissimo colpo.

L'anno prima, reduce dal Gargano, Ottone III, desideroso di ristabilire la sua autorità nel mezzogiorno, aveva mandato a Capua un esercito comandato dal longobardo filo-tedesco ADEMARO che lui aveva creato duca di Spoleto.

ADEMARO, molto zelante, era andato prima a Napoli, dove aveva fatto prigioniero il duca, poi si era recato a Capua e, catturati LAUDULFO e molti suoi sostenitori, li aveva incatenati, mandati in Germania, e si era proclamato principe di quella città in nome dell'imperatore.

La supremazia tedesca, ristabilita così con la forza delle armi, era però durata appena un anno.

Ottone era appena ritornato dalla Germania quando (luglio del 1000) Capua si ribellò e, cacciato ADEMARO, proclamò principe LAUDOLFO (da non confondere con quello precedente), Alla rivolta di Capua seguì quella di Napoli, che richiamò il duca spodestato, cui l'anno dopo si assocerà nel governo il figlio SERGIO.

Mentre, la supremazia tedesca tramontava nell'Italia meridionale, altri giorni non lieti si preparavano a Roma per l'imperatore.I

l primo moto di rivolta scoppiò a Tivoli, all'inizio del 1001; gli abitanti trucidarono MAZZOLINO il duca, creato tale da Ottone.

 L'imperatore, risoluto a vendicare l'offesa, fece assediare la piccola città; ma questa risoluta resistette, protetta com'era da solidissime mura e solo con la mediazione del Pontefice, del vescovo Bernardo di Hildesheim e di Romualdo abate di Classe, che assicurarono il perdono di Ottone, si arrese.

Dopo la rivolta di Tivoli pochi giorni dopo venne quella della stessa Roma nel febbraio del 1001. I cittadini, per impedire l'ingresso alle truppe imperiali accampate fuori delle mura, chiusero le porte, e brandite le armi, corsero sull'Aventino, tenendo per tre giorni assediato l'imperatore nel palazzo che si era fatto costruire; le sue milizie penetrate nella città oltre che salvarlo ristabilirono l'ordine in città.

I Romani davanti alle armi spianate dei tedeschi si sottomisero un'altra volta e rinnovarono il giuramento di fedeltà ad Ottone, il quale poi, parlando al popolo, si lagnò duramente dell'ingratitudine dei Romani che avevano contraccambiato con la sedizione il suo amore per la loro città.

Ottone, con quel discorso, mostrava di non comprendere che ai Romani più che riesumare gli usi e dei titoli dell'antico impero importava la libertà della città e l'indipendenza.

Questo lo compresero invece UGO di Toscana ed ENRICO di Baviera, i quali consigliarono l'imperatore di abbandonare Roma dove oramai non spirava più buon vento per lui.Il 16 febbraio del 1001, OTTONE III in compagnia del Pontefice e del vescovo d'Hildesheim partì da Roma, dove non doveva rientrare mai più; ma questo lui non lo sapeva e partendo, era animato dal proposito di ritornarvi alla testa di numerose truppe, tant' è vero che invece di ascoltare il suo consiglio, spedì proprio il duca ENRICO in Lombardia per raccogliere un esercito.

Da Roma Ottone giunse in Toscana, poi a Pavia e da ultimo a Ravenna.

 Nel convento di Classe, indossato il saio di penitente, si diede ad esercizi di pietà.

L'abate ROMUALDO, sostenitore di una rigida riforma monastica, consigliò l'imperatore di abbandonare i piaceri mondani e di chiudersi in quel chiostro come aveva fatto il doge PIETRO ORSEOLO I; ma Ottone non si sentiva di rinunciare al suo grande sogno imperialistico e mentre si abbandonava al misticismo nello stesso tempo pensava alla vendetta su Roma, meditava una spedizione nel mezzogiorno d'Italia per ripristinarvi la sua autorità e tornava all'idea di un matrimonio con una principessa bizantina mandando a Costantinopoli, per questo scopo, un'altra ambasceria.

 Nello stesso tempo, forse per ottenere aiuti navali in un'impresa contro le città di Napoli, Salerno e Gaeta, pensava di andare a Venezia a trovare il doge PIETRO ORSEOLO II.

Era questi da poco tornato da un'impresa che doveva dare fama al suo nome e segnare l'inizio dell'espansione territoriale veneziana nell'Adriatico: l'impresa di Dalmazia.

 Le popolazioni d'origine romana che abitavano le isole e la costa della Dalmazia, nominalmente dipendenti da Costantinopoli, erano tributarie dei Croati che le affliggevano con continue incursioni.

 Anche Venezia era solita pagare ai Croati un tributo per esser lasciata tranquilla.

 Questa era durato fino all'anno 1000. PIETRO ORSEOLO II, salito al potere, come abbiamo letto in altre pagine, con un vasto programma d'intensa politica commerciale, aveva stabilito di affrancare la repubblica dal tributo e liberare l'Adriatico dai corsari croati e, accolte le proposte delle città dalmate, le quali avevano dichiarato di accettare la sovranità di Venezia se questa l'aiutava contro i Croati.

 Orseolo, il 6 maggio del 1000 con una poderosa flotta si era messo in mare contro il comune nemico.

La spedizione era durata circa due mesi ed era stata coronata dal più grande successo: buona parte delle coste istriane con Pola, Parenzo, Pirano e Capo d'Istria, e i più importanti luoghi della Dalmazia, Zara, Traù, Spalato, Sebenico, Ragusa con le isole di Lagosta, Arbe, Cherso, Lissa, Curzola, ed altre si erano sottomesse, il paese dei Narentani, percorso e devastato; i Croati avevano rinunciato al tributo ed ottenuta la pace a patto che non molestassero più il commercio veneziano.

Le conquiste dell'anno 1000 non furono, veramente, definitive, ma dimostrarono che soltanto con la sottomissione della Dalmazia, Venezia poteva assicurarsi la libertà di commercio nell'Adriatico che era per la città una questione di vita e di morte e se pur non è accertato che la famosa festa dello Sposalizio del mare, che si celebrava nel giorno dell'Ascensione, traesse origine dall'impresa di Orseolo II, il solo fatto che a quest'impresa la tradizione si riferisce spiega come dagli antichi fosse compresa l'importanza della prima grande spedizione veneziana sulla costa dalmata.

Il viaggio dell'imperatore a Venezia nell'anno 1001 (sicuramente a maggio) fu circondato di mistero, quindi poco possiamo dire dei colloqui che il sovrano ebbe con il doge.

Sappiamo soltanto, che Ottone si recò in incognito a Venezia, dicendo di volere per motivi di salute passare qualche giorno nel chiostro di S. Maria di Pomposa; sappiamo che Pietro Orseolo II accolse l'ospite imperiale nel palazzo ducale e che gli fece pure tenere a battesimo una sua figliola.

Da Venezia Ottone III ritornò a Ravenna ed, essendo pronto l'esercito raccolto in Lombardia, si mosse alla volta di Roma e giunse il giorno della Pentecoste (4 giugno 1001) sotto le mura della città che aveva sognato di innalzare come capitale dell'impero romano ricostituito.

Roma però gli chiuse le porte in faccia e furono inutili tutti gli sforzi fatti dall'imperatore per entrare in città: Ottone pose il suo quartier generale a Paterno, alle falde del monte Soratte, nelle vicinanze di Civita Castellana e per vendicarsi dell'atteggiamento dei Romani ne devastò per due mesi le campagne.

OTTONE, uomo dallo spirito irrequieto, non era fatto per sopportare le lungaggini di un assedio.

Sapendo che PANDOLFO II, principe di Benevento, si era ribellato e con lui i signori di Capua e Napoli, lasciò intorno a Roma una parte dell'esercito e con il resto, nell'agosto del 1001, intraprese una spedizione nell'Italia meridionale.

 I risultati di questa spedizione furono tre insuccessi; Capua e Napoli non furono - e non si sa perché- molestate; fu invece assediata Benevento ma, anche questa, senza convinzione, quindi inutilmente.

Era il fallimento definitivo della politica ottoniana nel mezzogiorno d'Italia. Nel settembre l'imperatore risalì verso Roma, poi passò a Ravenna e, nell'ottobre era a Pavia.

Qui, l'irrequieto imperatore, che in base ai percorsi, i suoi due ultimi anni di vita dovrebbe averli passati quotidianamente sopra un cavallo, non si fermò che pochi giorni.

 Nel mese di novembre e nella prima metà del dicembre lo ritroviamo nuovamente a Ravenna, intento ad esercizi di pietà.

Mentre aspettava rinforzi, con i quali intendeva nuovamente marciare su Roma, gravi notizie gli giungevano dalla Germania: duchi, vescovi e conti, sdegnati dalla politica ottoniana, che contrastava con le aspirazioni nazionali tedesche e tendeva a risuscitare un mondo morto per sempre, si erano levati apertamente contro di lui.

Forse allora, per la prima volta, Ottone si rese conto della stoltezza dei suoi disegni e dello sfacelo che si avvicinava a grandi passi e, malfermo com'era di salute, ebbe forse il presentimento della prossima fine pur avendo poco più che vent'anni.

Ma non volle dichiararsi vinto.

Roma l'attirava con il suo fascino, seguitava ad essere il sogno di tutta la sua vita, lì il centro di tutte le sue esaltate fantasie.

Verso la metà del dicembre del 1001, incurante della stagione poco propizia a simili imprese, partì da Ravenna, diretto a Roma.

A Todi si fermò, vi celebrò il Natale e convocò un concilio con Papa Silvestro in cui furono trattati gli affari ecclesiastici della Germania.

Ai primi del gennaio del 1002 giunse al castello di Paterno, nel territorio di Stabbia vicino Civita Castellana, che nel giugno precedente per due mesi aveva assediata e devastati i dintorni.

E se nel frattempo le sue condizioni di salute si erano aggravate, peggiori erano le condizioni politiche e militari: Roma era tutta contro di lui; le campagne in piena rivolta; con le scarse forze di cui disponeva esposte alle minacce dei ribelli che lo stringevano da ogni parte; e con i viveri quasi finiti e tutta la popolazione ostile.

Verso la metà del gennaio gli giunsero alcuni i rinforzi condotti da Eriberto, arcivescovo di Colonia e cancelliere dell'impero.

Ma… era troppo tardi: oramai i giorni dell'imperatore erano contati.

Ottone si spense, insieme con il suo grande sogno imperiale, il 23 gennaio, in età di ventidue anni, esprimendo il desiderio d'essere sepolto in Aquisgrana, presso la tomba di Carlomagno. Il suo desiderio fu esaudito ma a quale prezzo per la sua fida scorta.

 Con il macabro fardello, lungo la via del ritorno, attraverso la Toscana e la Lombardia, dovette sovente aprirsi il passo brandendo le armi, attraverso le popolazioni italiane in rivolta.

La morte di OTTONE fece esplodere fulmineamente la reazione di quelle forze che la sua politica aveva compresso.

Inoltre l'imperatore morto così giovane, non sposato, e quindi senza figli, non lasciava eredi.

Quindi tutti pensarono -il clero come i grandi vassalli- che era giunto il momento di sciogliere il legame che -nel bene e nel male della politica ottoniana- aveva tuttavia tenuto unito il regno d'Italia, anche se sotto il legame che l'univa alla Germania.

Per la lotta alla corona d'Italia inizia ora la disputa e il centro di queste lotte sono le due fazioni dell'Alta Italia beneficiate o no da Ottone mentre il Sud libero da uno straniero inizia a conoscerne un altro, cominciano ad arrivare i primi NORMANNI.

 

La base é stata tratta da www.cronologia.

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